Seifenblasen

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Berlin, Paul Lincke Ufer. Foto di Paola Amorosi

mercoledì 19 agosto 2015

La Germania? Non è “l’America”

(il presente articolo è già stato pubblicato su "La Città Futura" il 4 dicembre 2014.
Sono state apportate piccole correzioni ed aggiunte esplicative)

Sono giovani e lasciano l'Italia in cerca di un futuro. Da soli, ma anche in coppie. Sono laureati e specializzati (anche troppo per gli standard teutonici), ma non conoscono il tedesco e per questo non trovano lavoro. Spesso si riciclano come camerieri e lavapiatti, incrociando la loro sorte con quella delle precedenti generazioni di emigrati.

  Con l'aria che tira si sente parlare da diverso tempo di una nuova emigrazione italiana. Chi può se ne va via, quasi tutti gli altri dicono che se ne andranno appena possibile. Tra le mete preferite, se non la preferita, c'è naturalmente la Germania. Chi resta tira qualche accidenti alla Merkel, chi parte, o crede di poter partire a breve, parla della Germania così come un tempo assai lontano si parlava dell'America e si chiedevano in prestito alla mamma cento lire.
  Oggi la mamma deve sborsare giusto qualcosetta in meno di cento euro per pagare un biglietto aereo per Berlino. Neanche due ore e per molti l'avventura può partire...
  Sono ormai esattamente cinquanta anni da quando l'ondata migratoria verso la Germania, iniziata con l'accordo bilaterale italo-tedesco del 1955, aveva raggiunto il suo apice. Nel 1964 terminò di fatto l'emigrazione “assistita” e con la liberalizzazione della circolazione della manodopera all'interno della Comunità Economica Europea, il flusso verso nord proseguì senza più veri controlli e senza assistenza da parte di uffici governativi.
(fotografia tratta dal sito ufficiale del Ministero dell'istruzione, cultura, scienza
ed arte dello Stato della Baviera, "Haus der Bayerischen Geschichte")
  Il capitalismo tedesco aveva rialzato la testa dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale e non tollerava più l'intromissione pubblica. La tanto sbandierata “liberalizzazione” significava però non solo meno assistenza tecnica, ma anche meno garanzie per i lavoratori. Anche gli italiani, come greci, turchi, spagnoli e portoghesi, erano quasi tutti manovali e i monopoli industriali cercavano in ogni modo di assumerli a condizioni sfavorevoli, usandoli inoltre come arma di ricatto nei confronti degli operai tedeschi.
  Il disegno padronale trovò nella massa degli italiani tanti, troppi lavoratori consapevoli e combattivi, tanto che sempre meno di loro riuscirono a trovare un posto fisso. Furono preferiti i turchi, i quali, nonostante la riluttanza e la scarsa capacità di integrazione, facevano meno storie a livello sindacale.
  L'afflusso di italiani diminuì, ma restò abbastanza costante, tanto che la loro comunità in Germania dai 296.000 del 1964 è passata a circa 600.000 dei nostri giorni. Gli imprenditori si erano accorti che gli italiani erano comunque ottimi lavoratori e non ne potevano fare a meno. In alcuni casi, come alla Volkswagen, richiamarono dall'Italia gli ex militari internati che furono impiegati come lavoratori coatti tra il '43 ed il '45.
  Tanti degli emigrati “vecchio stile” sono rimasti in Germania e i loro figli e nipoti si sono in gran parte integrati perfettamente e non è assolutamente difficile trovarne in posizioni sociali importanti. Da qualche anno a questa parte, parallelamente alla crisi politica, sociale ed economica in cui versa il nostro paese, è ripartito un flusso migratorio con caratteristiche completamente nuove. 
  Diversamente dalla generazione dei nonni, i quali erano braccianti, piccoli contadini poveri o manovali disoccupati, provenienti principalmente dal Sud, dalle isole o dalle Venezie, i nuovi “emigranti” vengono da ogni angolo del paese, hanno una buona istruzione oppure ottimi titoli professionali, parlano qualche lingua —ma non sempre il tedesco— e sono uguali ai propri coetanei del resto d'Europa, almeno nell'aspetto esteriore e nell'uso di dispositivi elettronici. Non mancano nemmeno giovani coppie o nuove famiglie, che partono verso la Germania con l'intenzione di dare ai propri figli un futuro migliore.
Italiani in un ristorante italiano a Berlino
  La gran parte di questi nuovi emigrati punta direttamente a Berlino, da dove proseguono a volte per altre città tedesche appena conosciuto meglio il paese. Non sono rari, e se ne registrano in modo crescente, casi di rientri in patria a causa di guai e problemi non messi in conto prima della partenza. Paradossalmente chi ha un profilo professionale medio-alto può avere maggiori difficoltà a trovare un impiego. Eclatante il caso degli infermieri professionali. Gli standard italiani sono talmente alti, che nessun ospedale o clinica ha in organico un posto che prevede una preparazione del genere. Sono centinaia le assunzioni negate per “Überqualifizierung”, eccesso di qualificazione; nessun dirigente vuole rischiare di dover discutere con un sottoposto che la sa più lunga di lui.
  C'è poi un altro ostacolo che può rivelarsi esiziale: la lingua. Molti erroneamente pensano che basti parlare bene l'inglese. Se si è turisti non c'è problema, ma sul posto di lavoro di un certo livello senza un buon tedesco parlato e scritto non si va da nessuna parte. Va così a finire che laureati e tecnici si incontrano con gli emigrati della prima ora, i quali nel frattempo hanno aperto trattorie e ristoranti di successo, nelle cui cucine è molto facile trovare un posto da lavapiatti, anche se si è super-laureati. Ai piccoli imprenditori italiani in Germania piace molto discutere con gente colta. 
  Chi si impegna può anche diventare “pizzettaro” o cameriere, a meno che non decida di andare a lavorare in un call center per una ditta interinale, tedesca naturalmente.

martedì 18 agosto 2015

La Germania è prima in tutto, forse

La Germania è prima in tutto, forse

(il presente articolo è già stato pubblicato su "La Città Futura" il 14 febbraio 2015.
Sono state apportate piccole correzioni ed aggiunte esplicative)

I primati della Repubblica Federale si basano su statistiche rivedute e corrette. Dalla potente associazione degli automobilisti alle agenzie per il lavoro, ecco i numeri fai da te per farsi belli. 

  Circa un anno fa un enorme scandalo ha sconvolto i tedeschi, naturalmente nella totale indifferenza del resto d'Europa. In Germania i giornali ne parlano ancora oggi, mentre in Italia praticamente nessuno se ne è occupato, salvo qualche testata minore ed una manciata di blog, ma senza comprenderne la portata. Tutto era partito dall'annuale assegnazione da parte dell'ADAC, l'equivalente tedesco del nostro Automobile Club, del premio "Angeli Gialli" - giallo è il colore delle tute dei meccanici che operano per il soccorso stradale - assegnato ai modelli automobilistici più amati dai tedeschi. La prima, piccola notizia, tra l'altro l'unica che ha fatto breccia nel nostro paese, fu che al numero dei votanti era stato aggiunto alla fine uno zero, da 3409 a 34090. Sembrava poca cosa, ma fino ad un certo punto. Per decenni ad occupare i primi posti c'erano Volkswagen e BMV, nonostante il fatto che alcuni modelli giapponesi vendessero di più di alcuni premiati modelli teutonici equivalenti. 
  Giornalisti investigativi, roba del genere in Germania ancora esiste, iniziarono a fare le pulci all'ADAC, scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora. Tutte le statistiche relative alle sue attività risultavano in qualche modo manipolate e manomesse a proprio vantaggio, e come se non bastasse altre magagne sono saltate fuori, provocando un'ondata di indignazione tra gli oltre diciotto milioni di iscritti.
  Centinaia di migliaia di soci hanno restituito la tessera ed hanno giurato solennemente di non voler avere più a che fare con quella manica di ladri e corrotti. Ma la crisi è rientrata ben presto entro limiti rassicuranti. Del resto l'ADAC è una delle più potenti ed incisive lobby in Germania, capace di intimidire qualsiasi politico che solamente pensi di poter prendere decisioni relative al trasporto automobilistico privato. Ne sa qualcosa Horst Seehofer, l'attuale Primo Ministro della Baviera, il quale si era messo in testa di introdurre un pedaggio per le autovetture sulle autostrade tedesche che attraversano il territorio di sua competenza: è stato letteralmente fatto a pezzi da testate giornalistiche di ogni genere e da un coro di suoi colleghi, il tutto sotto l'occulta, ma non tanto, regia dell'ADAC. Anche ogni tentativo del governo federale di introdurre sulle autostrade un limite massimo di 130 Kmh, come nel resto d'Europa, è stato sempre soffocato sul nascere. 
  Questo scandalo ha avuto però anche un effetto inaspettato che va oltre i limiti del mondo automobilistico, nel momento in cui si è cercato di capire quanto fossero attendibili statistiche, rilevamenti demodossologici e test di qualità. In questo modo tra i tanti altarini che sono stati scoperti, è diventata di pubblico dominio un'altra sfacciata truffa statistica. 
  Nonostante si vociferasse da anni della dubbia validità del sistema di sussidi sociali e della gestione in genere della disoccupazione introdotta dal socialdemocratico Schröder nel 2002, nota sotto il nome di "Harz IV", solo ora si è messa pubblicamente sotto una lente d'ingrandimento critica l'intera baracca, tanto che anche all'estero, tra lo stupore generale, si è venuto a sapere che la Germania pubblica da anni dati falsati sul numero dei propri disoccupati. 
  Il fatto non è di importanza secondaria, perché da questa falsificazione deriva alla Germania tanta ammirazione ed autorità globalmente riconosciuta. Basterebbe dare un'occhiata agli stessi dati statistici ufficiali della Repubblica Federale di Germania per rendersi conto che c'è del marcio. 
  Dal 2002 al 2006, anno dello scoppio della crisi dei subprime, il numero dei disoccupati cresce dal 9,8% al 10,8. Negli anni in cui la crisi investe il nostro continente, il numero dei disoccupati tedeschi inizia sorprendentemente a calare, dal 9% del 2007 allo straordinario 6,7% del 2014, un dato sul quale si fonda lo splendente mito della Germania prima della classe, rigorosa, onesta, precisa ed esemplare, tutta da imitare. 
  Nel 2013 la corte dei conti federale, un organo consultivo, senza poteri reali, ha stilato al termine di una approfondita indagine un lungo rapporto dal quale emerge in modo chiaro che le varie agenzie del lavoro, quelle che gestiscono il sistema "Harz IV", manipolano i dati e fanno sparire dalla scena un gran numero di disoccupati, arrivando a dimezzare il dato reale. Quel rapporto per lungo tempo è stato tenuto segreto, ma, vista la nuova aria che tira, ora trapelano i particolari. 
  Adesso è piú chiaro come veniva raggiunto l'obiettivo: in parte con equilibrismi lessicali ed in parte con carte false. Nella statistica ad esempio rientravano esclusivamente "persone prive di qualsiasi occupazione", mentre ne uscivano coloro i quali erano "alla ricerca di un'occupazione". La scusa è semplice: per ogni curriculum inviato ad una ditta, il disoccupato riceve il rimborso delle spese postali ed un emolumento di 5 euro. Dato che chi riceve dei soldi per fare qualcosa, anche chi è alla spasmodica ricerca di uno straccio di lavoro viene escluso dal novero dei disoccupati. Incredibile ma vero. 
  Poi ci sono le carte false: ogni persona che si registra presso la sede locale dell'agenzia federale per il lavoro, viene solitamente invitato, anzi, prima o poi costretto, a partecipare a qualche corso di aggiornamento professionale, gestito da società appositamente fondate e diffuse a centinaia su tutto il territorio nazionale. Così succede che un grafico debba fare un corso per usare Photoshop, con lezioni impartite da qualche altro disoccupato che se ne intende molto meno di lui. Ma per subire questa umiliazione deve firmare un contratto che gli dà diritto al fantastico emolumento di un euro l'ora. Dato che l'agenzia gli paga l'affitto di casa, ma solo se costa meno di 400 euro, l'assicurazione sanitaria e la previdenza, per l'agenzia è occupato e basta. 
  Si aggiunga che nei conteggi sono contemplati solamente i disoccupati mediati dall'agenzia federale ma non ci sono quelli mediati da agenzie private oppure quelli che ricevono il primo anno di sussidio dopo la perdita del posto, una specie di cassa integrazione.
  Ma quanti saranno allora i disoccupati in Germania? 
  Difficile dirlo. 
  addirittura chi parla di 17 milioni di disoccupati e sottoccupati, ma comunque la gran parte delle fonti afferma che il dato reale dei disoccupati è almeno il doppio. Questa incertezza potrà sorprendere chi conosce solo superficialmente la Germania, un grande paese che non sa nemmeno con esattezza quanti abitanti abbia, non essendo più riuscito ad organizzare un censimento della popolazione come si deve; ma poco importa, tanto le cifre si possono inventare.

venerdì 14 agosto 2015

Acqua pubblica: Germania e Francia da copiare

(Anche questo articolo è già stato pubblicato su "La Città Futura" del 16 gennaio 2015
e sottoposto a piccole correzioni.)
I tedeschi per primi avevano ceduto ai privati i beni pubblici tramite le “public private partneships”, rivelatesi ben presto autentiche rapine ai danni dei cittadini. Monaco di Baviera ha saggiamente tenuto lontani i saccheggiatori. Berlino, truffata tramite un contratto segreto si è ribellata e si è ripresa l'acqua con un referendum, fino all'ultima goccia. E a Parigi vince la rivoluzione dell'acqua libera. 

  Ormai è una litania: dobbiamo prendere esempio dai paesi europei che hanno già fatto le riforme indispensabili per superare la crisi. Renzi e il coro che gli tiene il bordone vogliono riformare a più non posso. Ma cosa vogliono riformare? Una volta, quando la politica parlava una lingua comprensibile, ci si batteva magari per la riforma agraria; era chiaro che si trattava di dare la terra ai contadini. Le riforme di Renzi sono senza aggettivi ed è ormai chiaro che invece di dare, vogliono togliere.
  Dobbiamo, dice Renzi, prendere esempio dagli altri, primi fra tutti i tedeschi. Ma siamo proprio gli ultimi della classe? L'Italia decise nel 1987 con un referendum di uscire dal nucleare, quando in Germania le centrali radioattive andavano alla grande e nessuno pensava di chiuderle, a parte i Verdi, allora ancora impegnati nelle prime incerte battaglie. Berlusconi ha cercato di riaprire le centrali, ma un altro referendum ci ha messo sopra una pietra tombale nel 2011. Possiamo ben dire che se qualcuno ha copiato, è stata la Merkel a copiare noi, quando ha chiuso una decina di centrali tedesche sulla tragica scia di Fukushima. 
  Ora ci si dice che dovremmo imitare la Germania o la Francia, cedendo finalmente la gestione dell'acqua ai privati, nonostante un referendum abbia sancito che l'acqua debba restare in mano al pubblico e la Commissione Europea abbia fatto marcia indietro sullo stesso argomento. Ma poi, pensandoci bene, non sarebbe così sbagliato fare come in Germania o Francia... 
  In Germania c'è l'allegra città di Monaco di Baviera, dove ogni ottobre migliaia di italiani vanno a gonfiarsi di birra. Ebbene, alla “città italiana a nord delle Alpi”, come i bavaresi amano definire la propria metropoli, non è mai passata neanche per l'anticamera del cervello l'idea di privatizzare l'acqua. L'azienda municipale, paragonabile alla romana Acea, è interamente in mano pubblica e oltre a distribuire l'acqua potabile, forse la migliore in assoluto di tutta la Germania, gestisce le reti fognanti ed è tra i maggiori produttori tedeschi di energia. L'Acea monacense è esemplare anche da un punto di vista ambientale. È infatti proprietaria di gran parte dei terreni ricadenti nei bacini imbriferi delle sorgenti dell'acquedotto e i terreni sono dati in uso gratuito a coltivatori biologici. Inoltre per il 2025 è previsto il 100% di energia rinnovabile per il rifornimento della città, che così diverrebbe tra le prime metropoli al mondo tutta ad energia pulita.
  Christian Ude, già sindaco socialdemocratico di Monaco e oggi Presidente dell'associazione dei comuni tedeschi, strenuo difensore dell'acqua pubblica, non ha mezze parole: “La privatizzazione è bella solo il primo giorno, quando si incassano i soldi della vendita, ma poi si resta a mani vuote, non si ha più nulla, non si ha il controllo sull'evoluzione delle tariffe, sulla qualità ecologica, una vera e propria abdicazione del Comune.” Sono ormai tantissimi i comuni della grande Germania che si battono, anche con notevoli successi, contro ulteriori privatizzazioni e soprattutto per la rimunicipalizzazione dell'acqua e di altri servizi. 
  Qui ci dà un bell'esempio Berlino. Dopo che nel 1999, alla chetichella, sulla base di un contratto secretato, inaccessibile agli stessi membri del Senato cittadino, l'acqua era stata data in gestione a due ditte private, l'opposizione, soprattutto tra la cittadinanza, si è mobilitata, giungendo a due referendum che hanno tra mille difficoltà e resistenze, palesi o nascoste, riportato in mani pubbliche l'acqua. La guerra praticamente è vinta, ma qualche battaglia ancora è da combattere. Si tratta di snidare i manutengoli delle multinazionali da partiti e strutture amministrative, la “stay behind” dei monopoli. 
  Una caratteristica tipica della guerra per l'acqua è che qualsiasi operazione e movimento del mostro assetato è accompagnato da un massiccio lobbismo, una propaganda che non bada a spese ed evidenti ed occulti fenomeni corruttivi.
Strabiliante è quanto avvenuto a Parigi, città sede dei capofila delle multinazionali assetatrici. Già da qualche anno l'acqua è tornata interamente pubblica, come spiega efficacemente in un videomessaggio una delle principali protagoniste della battaglia per la ripublicizzazione dell'acqua, Anne Le Strat.
  Quello dell'acqua è un settore estremamente appetibile per imprenditori e investitori famelici e senza scrupoli, dato che si tratta della “richiesta incomprimibile” di un bene che alla fonte non costa nulla. A questo si aggiunge il fatto che tutta l'operazione relativa ai servizi non è altro che una operazione criminale di grosse proporzioni per il saccheggio del patrimonio pubblico e la rapina a danno degli utenti. 
  Ci vorrebbe un voluminoso manuale per spiegare come funziona l'operazione, ma si potrebbe riassumere così: prima di tutto imporre agli enti pubblici un limite di bilancio, impedendogli di assumere crediti e sottoporlo a debiti impagabili. 
Secondo passo, corrompere qualche politico e alcuni funzionari chiave, accompagnando la mossa con una martellante campagna che mira a convincere tutti che il Comune è in crisi per via della gestione pubblica e che solo i privati amministrano bene. Messo alle strette, il Comune cede la gestione dell'acqua potabile e della rete fognante (se c'è, anche la produzione di energia), ma si tiene le strutture (reti idrica e fognante) di cui deve continuare a pagare la manutenzione (che però non farà più né il comune ed ancor meno il gestore privato), l'uno per mancanza di fondi, l'altro per pagare maggiori dividendi agli azionisti privati. 
  Per l'acquisto, il privato paga una cifra sbalorditiva, cosa che fa notizia e fa credere anche agli scettici che la PPP (public private partnership) forse convenga. Che in verità non sia così non si viene a saperlo subito, dato che il diavolo si nasconde in clausole tenute segrete, inaccessibili anche ai membri del Consiglio Comunale. 
  Praticamente, i soldi che il Comune non può prendere in prestito dalle banche, li prende dal gestore privato, al quale li dovrà restituire nel corso degli anni a tassi da usura, un mutuo camuffato, pagato interamente con i soldi dei contribuenti. Intanto, gli impianti deperiscono, la qualità dell'acqua cala e le bollette salgono al cielo (e vanno tutti in tasca al privato), mettendo in difficoltà gli utenti, i quali, con falsa cortesia, vengono definiti “clienti”. 
Con mille trucchi contabili e con vere e proprie truffe si succhia sangue dalla gente, come ad esempio con la doppia vendita dei contatori: con una maggiorazione sulla bolletta se ne paga uno nuovo ogni sei anni, ma la ditta lo cambia ogni dodici, con un guadagno spaventoso.
  Come se non bastasse, anche se il privato ha il 49 per cento delle azioni, il contratto è fatto in modo che il privato possa escludere qualsiasi possibilità di controlli democratici. I contratti durano solitamente trent'anni, al termine dei quali il sistema idrico cittadino sarà talmente a pezzi che dovrà essere rifatto ex novo.
  Peccato che a quel punto nelle casse comunali non ci sarà più un centesimo per farlo, i privati avranno trovato nuovi polli da spennare ed i “clienti” se la prenderanno in saccoccia.

giovedì 13 agosto 2015

Germania Ridens

Germania Ridens
( il presente articolo è già stato pubblicato su "La Città Futura" il 27 dicembre 2014.
Sono state apportate piccole correzioni ed aggiunte esplicative)

La satira politica della Repubblica Federale Tedesca va oltre ogni limite immaginabile in Italia. I programmi più aggressivi in prima serata sui canali pubblici. Bersagli preferiti Angela Merkel, Wolfgang Schäuble ed il presidente Joachim Gauck.

"Eulenspiegel", una delle più antiche
riviste satiriche tedesche.
  Il paese governato dalla cancelliera di ferro appare al resto del mondo quasi come una ben ordinata caserma, nella quale i comandi vengono eseguiti e tutto funziona a puntino. Va chiarito subito che si tratta di un'opinione basata sulla scarsa conoscenza di questo grande paese europeo, del quale al massimo sappiamo che a Berlino una volta c'era il muro, ignorando a cosa servisse, ed a ottobre a Monaco di Baviera si beve una quantità spaventosa di birra. I cultori di Totò conoscono a bacchetta tante battute che ridicolizzano i crucchi ed a volte quasi non riusciamo a trattenere le risate quando ci imbattiamo in qualche tedesco che si comporta come quelli che fanno da spalla al principe della comicità partenopeo-italiana.
  Ma, se c'è del marcio in Danimarca, in Germania prospera e dilaga una satira politica tagliente, sfacciata, senza peli sulla lingua e senza remore di fronte a nessuno. Se oltralpe si reagisse come da noi fanno tanti lacchè, alle battute e battutaccie sul presidente della repubblica, politici e politicanti non avrebbero più tempo per far altro che stigmatizzare, condannare, ammonire, richiamare all'ordine, redarguire, sgridare e minacciare tutti quelli che si fossero permessi di offendere la più alta carica dello stato nella rispettabilissima persona di Giorgio Napolitano. No, per Joachim Gauck la questione è assai diversa. Ogni volta che su uno dei canali pubblici - ce ne sono una decina - viene fatto a pezzi per una delle sue solite incaute dichiarazioni o per il suo dubbio passato nella DDR, non si avrà mai qualche reazione pubblica. Lo stesso vale per la Merkel o per Schäuble, bersagli prediletti e colpiti con precisione ed accuratezza da una vera e propria compagnia di cecchini che non risparmia loro nulla, neanche l'invito al tirannicidio o la ridicolizzazione della vita privata. 
Il nume tutelare dei satirici tedeschi Kurt Tucholsky in un
francobollo commemorativo della DDR. Fuggito a causa
dei nazisti, morì nell'esilio svedese nel 1935
  Sembra impossibile, ma così è. Il primo nume tutelare della massacrante satira politica tedesca è senza dubbio Kurt Tucholsky, braccato a suo tempo dai nazisti. Alla domanda: “Che cosa si può permettere la satira?” rispose seccamente: “Tutto”. Questa battuta viene ripetuta spesso e viene anche rispettata in sede giudiziaria. L'editore del foglio settimanale “die Zeit”, sedicente liberale, del quale la trasmissione satirica col maggiore ascolto “Die Anstalt”, trasmessa dal ZDF, ha dimostrato i legami con le lobby di filonucleari e fabbricanti di armi, ha sparato una minacciosa querela, archiviata a stretto giro di posta dal giudice con la motivazione: “Si tratta di satira”. 
  A questo punto non si deve dimenticare che i primi a finire in campo di concentramento nel 1933 furono cabarettisti, comici, cantanti assieme ad artisti, scrittori e giornalisti non allineati con le idee - idee si fa per dire - del regime nazista. Dalla fine della guerra sino ad oggi, ci si guarda dunque bene dal prendere “provvedimenti” contro chi usa l'arma della satira per sparare alzo zero sui potenti, sui politici e sui lacchè di turno, per evitare di essere subito paragonati ai nazisti. Questa sorta di “carta bianca” per la satira di cui possono disporre comici, cabarettisti e scrittori satirici ha fatto sì che in tutta la Germania le televisioni sia pubbliche, sia private, mandino in onda non solo insopportabili “talk show” (stile “Porta a porta” per intenderci) ma diffondano programmi con la più dura satira politica nelle fasce orarie di maggiore ascolto almeno una volta alla settimana, passando al tritacarne tutti quelli che in un modo o nell'altro fanno parte del “sistema”. Una cosa del genere non ha confronti in Italia ed al primo paragone un Crozza ci apparirebbe come un salesiano che racconta una barzelletta all'oratorio e Vauro un simpatico amico della casta che fa delle innocue battutine; giusto Corrado Guzzanti ci si avvicina e non è un caso che sia da tempo assente dagli schermi. 
Klaus von Wagner e Max Uthoff, animatori della tagliente trasmissione
satirica "Die Anstalt", che va in onda in prima serata sul
secondo canale nazionale tedesco.
  Attualmente la punta di diamante della satira televisiva tedesca è la trasmissione “die Anstalt” (letteralmente "l'Istituto", divenuto anche un termine gergale per indicare il manicomio) diretta da Max Uthoff e Klaus von Wagner, i quali ospitano i migliori comici e cabarettisti tedeschi, assieme ai quali tagliano e cuciono, fanno a strisce e pezzetti non solo i politici di prima fila, che parlano tanto senza mai dire niente, ma prendono di mira i veri potenti che stanno nell'ombra, pescandoli dal buio e mettendoli alla berlina. Sono entrambi relativamente giovani, ma sanno il fatto loro e marciano nelle orme dei grandi ormai usciti di scena. Come Dieter Hildebrandt, Max Uthoff cerca di contrastare l'instupidimento della gente, mentre Wagner conosce ogni sfumatura della satira, essendosi addirittura laureato con una tesi sulla satira televisiva.
Hans-Günter Butzko,
  Dei tanti che si potrebbero ancora nominare non va comunque dimenticato Hans Günther Butzko, tra l'altro aggiudicatosi quest'anno il maggiore premio per la satira, il quale riesce a spiegare le truffe delle banche e la miseria morale della classe politica in modo chiaro e comprensibile, riuscendo spesso a far ridere di cuore citando frasi uscite di bocca alle proprie vittime. Ama ripetere: "Io sono cabarettista, i politici sono i veri comici" oppure si pone il quesito: “Se ti vuoi occupare dei potenti, perché perdi tempo con i politici?”.
Georg Schramm
  Micidiale è Georg Schramm, il quale veste da oltre tre decenni i panni di un veterano della seconda guerra mondiale, svelando la lingua biforcuta di chi fu nazista ed ora si presenta come vero democratico. Il suo personaggio si è comunque evoluto, diventando un acido critico della degenerazione politica degli ultimi tempi, senza fare sconti a nessuno. “Se capite la frase di un politico, quella frase ha mancato il proprio obiettivo”, ripete per far comprendere a tutti che molti politici vengono pagati solo per confondere le idee. Non perdona nemmeno le televisioni che mandano in onda irritanti pseudo-dibattiti: “I talk show politici sono i cessi nei quali i politici vanno a svuotare la propria vescica verbale.” Del ministro degli esteri (all'epoca il "liberale" Guido Westerwelle, attualmente dato per disperso…) ha potuto dire tranquillamente: “È un foruncolo sul sedere del male”.
 
Urban Priol
Urban Priol invece si cimenta in brucianti monologhi contro il mondo della politica, ma ricordando sempre che “alla gente” in fondo interessa molto di più il calcio. Anche lui mette sempre in guardia di fronte al linguaggio distorto dei governanti, ricordando che quando parlano di “necessario aumento della concorrenzialità” in verità intendono “annullamento dello stato sociale”. Merita ancora di essere citato tra i tanti Volker Pispers, il quale da un trentennio con i suoi monologhi lucidi e taglienti mette a nudo ogni manovra e falsità, non ultimi i fatti di Ucraina. Di lui la “Süddeutsche Zeitung” dice: "Dopo una serata con Volker Pispers nessuno potrà più dire di non sapere come stanno le cose”.
  Per questi citati e per tanti altri ancora in testa alla lista restano comunque Angela Merkel, la quale, quasi fosse la “settimana Enigmistica” può vantare numerosi tentativi di imitazione, messi in atto da un vero e proprio esercito di imitatrici e parodisti, ed il povero presidente della Repubblica Federale Tedesca che apre bocca e dà fiato, offrendo su di un piatto d'argento le migliori battute.

mercoledì 12 agosto 2015

Lo Stato che non c'è: la Germania

Lo Stato che non c'è: la Germania

(Il presente articolo è già stato pubblicato il 21 febbraio 2015 sul settimanale online "La Città Futura" .
Sono state apportate solo piccole correzioni ed effettuate alcune aggiunte)

La cosiddetta "riunificazione" non è stata seguita da una nuova costituzione. Formalmente il Reich, l'impero tedesco, non è scomparso e non esiste un trattato di pace. Molti tedeschi non riconoscono più i propri attuali governanti.

di Corrado Lampe

  Da qualche anno a questa parte gli sportivi italiani dopo una vittoria usano cantare l'inno nazionale, alcuni a squarciagola, altri muovendo timidamente le labbra. Così molti connazionali sono venuti a conoscenza del testo del nostro inno. C'è stato chi si è stupito o chi non ha capito qualche parola o intere frasi, oltre a chi si è chiesto come il nostro inno potesse avere un testo così astruso. Comunque sia, questo benedetto inno lo cantiamo e va bene così.
  Tutti conosciamo la melodia dell'inno nazionale tedesco e non pochi italiani, chissà perché, ne conoscono le prime parole: "Deutschland, Deutschland über alles...". Quello che non si sa è il fatto che di questo bell'inno nazionale tedesco in Germania è vietato cantare le prime due strofe. Il problema sta nelle parole, alquanto sopra le righe, ed alcune esplicite rivendicazioni territoriali che oggi risulterebbero imbarazzanti se declamate in occasioni ufficiali. Per capirci i quattro angoli della Germania sognata dall'autore, Hoffmann von Fallersleben, vanno dall'Alsazia alla Prussia orientale, dalla Danimarca all'Adige, includendo ampie fette di territorio oggi appartenenti a vari stati che Germania non sono o non sono più, come per esempio l'Italia oppure la Prussia Orientale, oggi spartita tra Federazione Russa e Polonia. Ma i nostri amici tedeschi non solo non possono cantare le prime due strofe del loro inno nazionale, ma non possono nemmeno giurare, come si può da noi, sulla Costituzione. Il loro giuramento lo fanno sul "Grundgesetz", la "Legge fondamentale", che, per propria disposizione, costituzione non è. La mancanza fa sì che, da un punto di vista giuridico, in fondo la Germania non sia uno stato vero e proprio, perché non compiutamente costituito.
  L'“impiccio” risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Fino al 1934, un anno dopo l'ascesa al potere di Hitler e della sua banda di criminali psicopatici, con delle leggi speciali fu cancellata la "Repubblica di Weimar", la cui costituzione fu semplicemente accantonata. Alla fine della seconda guerra mondiale la resa incondizionata agli alleati venne firmata da generali della Wehrmacht, ma non da legali rappresentanti di un governo tedesco. L'insediamento di un governo militare di occupazione, suddividendo il territorio del Reich in quattro zone, più Berlino, a sua volta divisa in quattro settori, durò molto più a lungo di quanto accadde in Italia, a causa della febbre anticomunista ed antisovietica di cui diventarono preda gli americani dal 1945 in poi. Ci fu nel 1946 un tentativo di convocare un'assemblea costituente, per la quale furono anche eletti rappresentanti di tutte le zone di occupazione, zona sovietica compresa, ma gli americani fecero una repentina marcia indietro; così successe che fu elaborata una costituzione che fu applicata esclusivamente nella zona di occupazione sovietica, tanto che l'unico stato tedesco a rinascere con tutti i crismi dalle ceneri del Reich nazista fu la Repubblica Democratica Tedesca. Non a caso le ferrovie della RDT si chiamavano "Reichsbahn", mentre nei settori occidentali presero il nome di “Deutsche Bahn”, o anche “Bundesbahn”. 

  Gli americani non riconobbero la DDR, che era l'unico stato tedesco, legittimo erede della Repubblica di Weimar, e dunque anche del vecchio Reich. Furono sempre gli americani nel 1948 a mettere assieme un po’ di personaggi nominati per l'occasione "padri costituenti", i quali in pratica suggellarono un testo che veniva spacciato per costituzionale, nonostante si autodefinisse, appunto, “legge fondamentale”, con un preambolo piuttosto particolare, nel quale venivano inventate aree regionali, i Länder, riunite in una federazione. L'unica traccia di uno stato legalmente costituito che restava sul territorio controllato dagli alleati occidentali - USA, Gran Bretagna e Francia - era invece la Baviera, dove con una specifica assemblea costituzionale tutta bavarese, rinacque la Stato Bavarese; così si spiega il fatto che nella "Repubblica federale" esistevano due partiti simili alla nostra Democrazia Cristiana di buona memoria, CDU e CSU bavarese.
  Nel preambolo della legge fondamentale per tutta la Repubblica Federale c'era anche scritto che, una volta riunificato il paese in seguito ad un trattato di pace, sarebbe stata indetta l'elezione generale per redigere una costituzione per il nuovo stato tedesco. Quando nel 1990 si arrivò alla cosiddetta "riunificazione", non ci fu alcun formale trattato di pace da parte di uno stato unitario tedesco (che rappresentasse la prosecuzione dello stato che fu prima Reich e poi "Repubblica di Weimar"), ma si praticò un inciucio incredibile: cambiarono semplicemente il testo del preambolo della legge fondamentale della "Repubblica Federale", inserendo nuovi Länder, anche questi più o meno inventati di sana pianta, dichiarando che si erano aggregati alla Germania occidentale e basta. 
  Questo ha un effetto in fondo pazzesco: continuando a non esistere uno stato unitario tedesco, la firma del trattato di pace con gli alleati non avviene; formalmente restano vigenti le regole della resa incondizionata firmata dalla sola Wehrmacht e dunque il territorio tedesco rimane in regime di armistizio, non di pace. Una cosa del genere l'ha addirittura dichiarata pubblicamente, dunque confermandola ad altissimo livello, Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze di Angela Merkel. Testualmente: "Il Reich tedesco non è tramontato con la firma della resa da parte della Wehrmacht".
L'euforia degli anni della supposta riunificazione ed il redditizio saccheggio della Germania orientale da parte della "Repubblica Federale" ha fatto mettere in secondo piano la questione costituzionale. Ma l'impiccio giuridico risultante è talmente rilevante, che negli ultimi anni si è sviluppato un movimento, definito giornalisticamente e con evidente tono dispregiativo dei "Reichsdeutschen" (tedesco dell'Impero) - contrapposto a “Volksdeutsche”, (cittadini tedeschi di altri stati) - che dichiarano giuridicamente inesistente l'attuale "Repubblica Federale di Germania" e non ne riconoscono più le istituzioni con tutto ciò che questo comporta. Il guaio per il governo tedesco sta nel fatto che questo movimento può appoggiarsi ed appellarsi a leggi tuttora vigenti e a norme di diritto internazionale che non possono essere negate da nessuno, neanche da "esperti" che ripetutamente in televisione assicurano che non è vero niente e che giuridicamente la "Repubblica Federale" sta a posto, senza però portare argomentazioni stringenti o prove documentali. Nella Germania attuale il passaporto o la carta di identità non è considerato un documento sufficiente per attestare la cittadinanza tedesca del possessore. Non esiste una "cittadinanza della Repubblica Federale di Germania" ma solo una generica "cittadinanza tedesca"; non si tratta di uno slogan, ma quanto rispondono gli uffici competenti ogni qual volta si chieda di ottenere appunto la cittadinanza della "BRD". L'unica legge in vigore che regoli la materia risale al 1913, essendo nulla la legge sulla cittadinanza promulgata illegalmente da Hitler nel 1934.
  Un tedesco che voglia veder riconosciuto il proprio diritto di cittadinanza, deve fare una domanda specifica, per la quale è necessario dimostrare di discendere direttamente da persone che sono nate ed erano cittadini del Reich prima del nazismo. Questo fatto non può nemmeno essere messo in dubbio dal governo dello stato che non c'è, perché per candidarsi al Parlamento della "Repubblica Federale" è necessario presentare proprio il "Certificato di Cittadinanza Tedesca". C'è però un’eccezione. Come si è visto, da un punto di vista del diritto la DDR si considerava ed era in effetti legittimo successore della Repubblica di Weimar e dunque anche del vecchio Reich, per cui chi è stato titolare di un passaporto o carta di identità della DDR, quasi automaticamente, può essere considerato di cittadinanza tedesca, ai sensi della citata legge del 1913. Il movimento dei "Reichsdeutschen" sotto sotto, con varie sfumature e distinguo, si sta allargando, e ci sono già segnali concreti che ne rivelano la pericolosità, almeno dal punto di vista di chi a livello internazionale caparbiamente vuol far credere di rappresentare un vero stato sovrano.
  È nata su tutto l’attuale territorio tedesco una schiera di autoproclamati cancellieri del Reich, luogotenenti e presidenti che trovano sorprendentemente molti seguaci, contro i quali si fanno tentativi di repressione che quasi sempre finiscono prima o poi in bolle di sapone. Ci sono stati casi di coscienziosi poliziotti tedeschi che, attenendosi alla lettera alle leggi vigenti si sono rifiutati di perseguire aderenti di queste associazioni di "tedeschi del Reich", così come ci sono stati magistrati e funzionari della "Repubblica Federale" le cui azioni in ultima istanza sono state bollate come illegali una volta passate al vaglio delle leggi che regolano la materia. Fatto è che non risulta nessuna condanna per attività anticostituzionale a carico di aderenti a queste associazioni, anche perché non è proprio facile essere anticostituzionali quando la costituzione non c'è.
  Per il momento questo movimento ha le caratteristiche di un fenomeno folcloristico, ma è come una malattia latente, che potrebbe scoppiare se si formassero determinate condizioni. Ultimo e non secondario problema è il fatto che gran parte di queste associazioni o gruppi hanno tendenze populiste, revansciste ed addirittura negazioniste. L'unico modo per risolvere il problema, sarebbe quello di indire elezioni per una assemblea costituente che stilasse finalmente la costituzione del nuovo stato unitario tedesco. Gli americani non lo permetterebbero mai.

domenica 9 agosto 2015

Alcune parole sui rapporti italo-tedeschi

(il presente è il testo, qui pubblicato per la prima volta, di una conferenza tenuta nel settembre 2012 presso l'Institute for Cultural Diplomacy di Berlino nel quadro del seminario Italy Meets Germany.

Per la conferenza è stata presentata una versione in inglese)

 Quello che ho in mente di fare questa sera, è di individuare alcuni pregiudizi tipici e di dimostrare che sono sbagliati ed insussistenti ed allo stesso tempo mettere a fuoco alcuni fatti storici che da secoli e secoli caratterizzano e condizionano il rapporto tra Italia e Germania ed i rispettivi popoli. Vorrei in questo modo contribuire a migliorare i rapporti tra italiani e tedeschi, e riportarli ad un livello di maggiore realtà. Sono infatti convinto che riducendo i reciproci pregiudizi ed aumentando la conoscenza della storia comune, sia possibile abbattere notevolmente i malintesi. Forse qualcuno troverà alcune delle cose che dirò piuttosto dure, ma devo premettere che non amo la tanto sbandierata correttezza politica e che preferisco chiamare le cose per nome ed esprimere concetti anche duri, non graditi a tutti. Devo a questo punto fare una specie di outing, e dichiarare immediatamente il mio punto di vista: la mia visione del problema gode della visuale storica che dà il Campidoglio -quello vero-. Ciò vuol dire che pur non rinnegando la mia metà tedesca, o meglio, accettando entrambe le metà per intero, sono incline a dichiararmi prevalentemente italiano, una specie di esatta parità imperfetta.
 Ma ora andiamo alla radice delle cose, per capire meglio quali potrebbero essere le fonti dalle quali questi pregiudizi scaturiscono e quali motivi storici e psicologici profondi essi hanno. In questa ricerca "ab ovo" mi aiuta il fatto che per la parola italiana "tedesco" in inglese si usi "german".
Gli italiani verbalmente fanno una differenza tra "germani" e "tedeschi", così che sono indotti a pensare che vi sia una profonda differenza tra il passato remoto ed il presente. Stessa cosa nell'altra direzione: i tedeschi fanno una netta differenza tra "romani" ed "Italiani", a volte li confondono anche con non meglio definiti "latini" o "romanici", tanto che alla fine non riescono mai a capire quali e cosa siano gli italiani per davvero.
 Per quanto ho potuto capire io, i tedeschi vedono in fondo in fondo come proprio eroe, come mitico fondatore dell'identità nazionale Arminio, colui il quale nella disastrosa battaglia della Selva di Teutoburgo fermò l'avanzata delle legioni romane verso l'Elba. E, come se non bastasse, molti tedeschi non lo ammettono, riescono ad identificarsi senza tanti problemi con la descrizione fatta dei loro antenati da Tacito.
 In Italia, nonostante le ben note differenze regionali, l'unità nazionale viene data per scontata, anche da parte dei gruppi alloglotti rimasti (come ad esempio i sardi, i grecanici e gli arbresh); dunque non esiste e mai si è sviluppata una propaganda nazionalista esagerata. Cosa che non si può dire della Germania, dove in passato il nazionalismo ha provocato veri e propri sfracelli. Meno è sviluppato e presente il sentimento nazionale, più forte deve essere la propaganda nazionalista.
 I motivi di questo fatto sono molteplici, ma credo che il principale sia un motivo geografico. L'Italia ha a nord l'arco alpino e per il resto tutt'attorno mare; la Germania, a parte quel po' di Alpi al sud ed un paio di strisce di spiaggia a nord, verso ovest e verso est non ha veri e propri confini naturali. Quando il confine ottico coincide con l'orizzonte, si tende spontaneamente ad allargarsi. Non è in questo senso un caso che Roma, nel suo cammino verso l'impero, dopo essere arrivata alle Alpi, ha proseguito ad espandersi prima lungo le coste ed oltremare. I vari popoli nordici, tra germani e celti, se ne andavano avanti ed indietro tra Reno e Vistola, con qualche puntata verso i Balcani, ma non pensavano minimamente ad unificarsi e conquistare il resto mondo. Solamente quando i Romani vollero sottomettere alle regole proprie i variopinti e multietnici abitanti della vasta pianura ad est del Reno, quelli che sembravano dei paciocconi amanti delle grigliate e dediti a colossali bevute di birra, reagirono in modo inaspettato. Si unificarono momentaneamente e guidati da un loro connazionale che aveva imparato l'arte militare dai romani, organizzò una gigantesca imboscata. Circa ventimila legionari romani furono sterminati ed i loro corpi lasciati insepolti, un gesto incomprensibile per i romani; nonostante tutti i loro difetti avevano almeno rispetto per i morti, anche dei nemici.
 Anche se in modo alternante, i romani allora si delimitarono nettamente dai germani refrattari, romanizzando in modo accurato solo la parte di Germania già occupata. Quella frontiera divise in due gruppi ben distinti i germani: i romanizzati dentro al Limes, tutti gli altri fuori.
Per molti dei barbari il nuovo grande vicino divenne molto attraente e ben presto nelle file dell'esercito romano quasi tutti i posti erano occupati da robusti germani, i quali ebbero la possibilità di conoscere ed imparare ordine, disciplina e tutto ciò che ha a che fare con l'arte militare, oltre a poter acquistare la cittadinanza romana.
 Mano a mano che si spense l'impero romano d'occidente, il suo territorio fu occupato da diversi regni germanici, creati da diverse tribù dalla composizione eterogenea. Pur scomparendo come linea di demarcazione, il limes si trasforma in una specie di membrana che permette una osmosi. I romani all'interno del limes vengono più o meno rigermanizzati, mentre quelli all'esterno avviano un nuovo processo di avvicinamento alla romanità, partendo dalla cristianizzazione, fino al punto di sentirsi in tutto e per tutto quasi unici eredi dell'impero romano.
 Ma caduto l'impero d'occidente, interi popoli partirono alla conquista della penisola italiana: goti, vandali, eruli, gepidi; per loro fu un gioco facile, non avendo più l'Italia una vera capacità di difesa e resistenza.
 L'invasione dell'Italia coincise con un periodo di grave crisi climatica che portò, dopo un crescendo, alle spaventose alluvioni degli anni '80 del sesto secolo, le quali culminarono con una inondazione del Tevere, che superò addirittura le mura cittadine nel 589. Le conseguenze di un tale disastro sono ancora visibili nelle immagini satellitari e si distinguono benissimo su "google maps". I porti di Ostia a Roma e di Classe presso Ravenna furono irrimediabilmente interrati, la rete stradale parzialmente cancellata da immense frane, città, paesi e grandi ville inghiottite da poderosi smottamenti ed infine la popolazione decimata da carestie e pestilenze.
 In un'Italia devastata, prima dalla cosiddetta "guerra gotica" e poi dal cataclisma, i Longobardi entrarono quasi passeggiando e conquistarono un territorio tanto vasto e semi abbandonato, da non avere forze sufficienti per sottometterlo tutto, tanto che decisero di attestarsi solo in zone delimitate, a pelle di leopardo. Antiche città Romane e nuovi insediamenti Longobardi si dividevano il territorio, uno accanto all'altro, inizialmente con contatti limitati al termine dei conflitti armati. Ognuno manteneva le proprie tradizioni, usi, costumi e leggi. Sin dall'anno 643, con l'editto di Rotari, questi Germani dimostrarono di non aver nessuna intenzione di integrarsi, ed ancora nel XII secolo troviamo in documenti pubblici e privati persone che dichiarano la propria origine longobarda. Non è affatto un caso che in tutta Italia siano molto diffusi i cognomi Longobardi, Lombardi e simili, come di riscontro troviamo soprattutto nel Meridione il cognome Romano.
 Era importante questa specificazione, perché si doveva sempre dichiarare in base a quale diritto si volesse essere giudicati in caso di conflitti. Inoltre molte cose che si pensa siano tipiche del sud, come le faide o la sottomissione femminile, non sono altro che delle "importazioni" longobarde.
Mi fermo a queste premesse, ma penso che già abbiamo messo a nudo qualche radice, così che possiamo passare ad analizzare alcuni casi particolari che ci aiutino a smontare pregiudizi e capire meglio tanti fatti. Partiamo proprio dalle differenze di natura giuridica. Per i Romani valeva lo "jus solii", per il quale si era cittadino del luogo in cui si nasceva, mentre per i germani era di straordinaria importanza lo "jus sanguinis", che esaltava al massimo i legami di sangue e ti faceva restare germano ovunque tu fossi nato.
 Durante la seconda guerra mondiale ad un partigiano ligure, che di cognome faceva Soldi, questa cosa addirittura salvò la vita. Fatto prigioniero dai tedeschi, fu condannato a morte e rinchiuso in una stalla in attesa della fucilazione. Prima ancora dell'alba improvvisamente si aprì la porta e vide entrare un soldato tedesco. Convinto che quelli fossero gli ultimi attimi della sua vita, pensò alla frase patriottica da gridare in faccia al plotone. Invece in modo brusco il crucco gli chiese: "Tu Soldi?" e lui non poté che rispondere si. Fu preso per il bavero e tirato fuori all'aperto, dove il soldato gli disse ancora: "Mia nonna Soldi" e con uno spintone lo fece scappare. Dunque fu salvo grazie allo "jus sanguinis", per il quale il suo nemico non poteva sopportare l'idea che venisse fucilato un suo possibile parente di sangue.
 Mio padre invece, che disertò dall'esercito tedesco a Roma nel 1943, all'arrivo degli alleati, essendo tedesco, fu arrestato dagli inglesi e sbattuto nella prigione di Regina Coeli. Una vecchia canzone romana dice che chi non passava un determinato scalino dentro Regina Coeli, non era un vero romano. Quando fu liberato, il soprastante gli diede una pacca sulla spalla e disse: "Mo sei romano pure tu", una interpretazione molto larga dello "jus solii".
 Molti tedeschi erano convinti, come già accennato, di essere i veri ed unici discendenti degli antichi romani. Qualche dubbio in merito venne, se ricordo bene, a Ferdinand Gregorovius —il grande storico della Roma medioevale— che un giorno a Trastevere pestò per sbaglio il piede ad un popolano romano. Questo lo fissò negli occhi e disse con tono minaccioso: "Bada straniero, che nelle mie vene scorre sangue troiano".
 L'accenno alla presenza longobarda in Italia ci fa capire che sono ormai almeno mille anni che esiste una vera e propria convivenza tra i due popoli. Questo ha come conseguenza, che pur restando tante differenze, un italiano ed un tedesco fanno presto a fraternizzare o mettersi d'accordo su qualcosa, per non parlare dei casi in cui si tratti di un italiano ed una tedesca, oppure un tedesco ed un'italiana. Si osserva poi a volte un fatto curioso, per il quale un tedesco che viene in Italia tende a diventare perfetto italiano (come sia un perfetto italiano non si può sapere, ma per il tedesco conta la perfezione), mentre un italiano che si stabilisce in Germania, diventa miracolosamente puntuale.
Chiedendo ad un italiano di descrivere un tipico tedesco, di solito viene fuori l'immagine di un Bavarese, con i suoi calzoni corti in cuoio ed il tipico cappello. Ma quanto è veramente "Germania" la Baviera? Più si va al nord della Germania e meno persone si troveranno disposte a considerare la Baviera una parte della Germania, così come tantissimi Bavaresi non si sentono del tutto tedeschi. Un mio amico di Berlino, facendo un viaggio in macchina verso l'Italia con la fidanzata, sull'autostrada poco prima del confine con la Baviera si sentì dire: "Facciamo benzina qui in Germania, che costa di meno…"
 A parte profondi motivi storici sui quali per brevità sorvolo, esistono delle affinità italo-bavaresi incontestabili. A me personalmente capitò di assistere nel capannone di una fabbrica di macchinari per la lavorazione del legno di Thiene nei pressi di Vicenza ad una scenetta veramente edificante. Un tecnico della ditta ed un signore chiaramente tedesco, parlavano animatamente attorno ad una fresatrice. Il dialogo era esilarante, condotto in una lingua inesistente fatta di parole e mozziconi di frasi nelle quali espressioni italiane e tedesche e termini strettamente tecnici si mischiavano allegramente. Alla fine chiesi a quello che si rivelò come un Bavarese delucidazioni e lui mi spiegò candidamente, che la sua ditta non sarebbe stata in grado di produrre una macchina del genere, dunque lui se le comprava a Vicenza, le portava in Baviera, ci avvitava sopra una placchetta con scritto in bella mostra "made in Germany" e le vendeva in Africa. Aggiunse pure che i "negri" non comprerebbero mai una macchina italiana, perché sono convinti che le macchine tedesche sono in tutto e per tutto le migliori al mondo; terminò con una fragorosa risata.
 Vorrei qui raccontare una storia che ha dell'incredibile, ma per la quale posso mettere la mano sul fuoco. Tutti conoscono la Volkswagen, il maggiolone per intenderci, per lungo tempo l'autovettura più venduta al mondo. Chiunque su questo pianeta, anche in Papuasia o sull'ultima isoletta del Pacifico vi saprà dire che si tratta di una macchina "tutta tedesca". Ebbene, non è proprio esattamente così. Gerhard Richard Gumpert, ex diplomatico tedesco, fondatore e proprietario di "Autogerma", una società che tutt'ora vende il marchio VW in Italia, una volta raccontò in mia presenza a mio padre una storia edificante. Porsche non ha inventato molto di nuovo, ma ha sapientemente assemblato brillanti idee italiane con precisione tecnica tedesca. Da giovane ingegnere lavorava per la casa automobilistica tedesca NSU, che nel 1929 fu acquisita dalla FIAT. Così ebbe modo di imparare molto circa gli studi aerodinamici a quel tempo realizzati in Italia e poté conoscere a fondo uno studio per una vettura coloniale equipaggiata con un motore a boxer raffreddato ad aria, perché l'aria non può congelare né bollire.
 Mettendo insieme questi elementi italiani e con un enorme finanziamento ordinato personalmente da Hitler, poté costruire e sperimentare per lungo tempo sei prototipi, raggiungendo così il suo obiettivo.
Quindi, direi che la Volkswagen è piuttosto un preciso assemblaggio tedesco di diverse idee italiane e questa macchina non è altro che un vero e proprio prodotto europeo di successo.

 Quello che si capisce è che oramai, e tanti fatti lo dimostrano chiaramente, italiani e tedeschi non possono fare a meno gli uni degli altri e senza Italia e Germania l'Europa non esisterebbe, nemmeno come idea. Vorrei così concludere con una frase del discusso politico bavarese Franz Josef Strauss, forse l'unica con cui concordo pienamente e che vale per tutte le altre regioni e nazioni europee: "Bayern ist unsere Heimat, Deutschland unser Vaterland, Europa unsere Zukunft". (Il nostro suolo natio è la Baviera, la Germania la nostra patria e l'Europa il nostro futuro).

Non sono stato pagato,
ma ho fatto bella figura.

Cosa resta della Repubblica Democratica Tedesca

(il presente articolo fu scritto su richiesta da parte di una rivista cattolica
che usciva in Italia, ma rimase inedito.)

Berlino, dicembre 2009 - Da poco sono terminati i festeggiamenti per la "caduta del muro", preceduti da una campagna mediatica martellante, e già si è fatto silenzio attorno al muro e gli eventi storici che hanno portato dopo 45 anni dalla fine della guerra mondiale alla riunificazione della Germania. Si è tornati all'ordine del giorno ed in televisione e sulla carta stampata sono ben altri argomenti a tenere banco.
Eppure c'è chi si chiede che cosa resti della Repubblica Democratica, lo stato tedesco scomparso ed annullato venti anni fa, del quale sempre meno persone hanno un ricordo diretto. La RDT, o DDR, è stata inglobata dalla Repubblica Federale di Germania —anche se sono in pochi a sostenerlo—, con una specie di inciucio costituzionale. In teoria si sarebbe dovuta convocare una assemblea costituente, ma ci si è accontentati di una modifica brevi manu di un preambolo che rimandava ad una assise costituente da tenersi a riunificazione avvenuta, che però non è mai stata convocata.
Da come veniva descritta dalla stampa, specialmente quella popolare e scandalistica, e da quello che si raccontava in televisione e persino nelle scuole, la DDR doveva essere un inferno in terra, una terrificante dittatura nella quale non vi era nessuno spazio per il singolo, al quale veniva tolto tutto. Le fughe degli intellettuali, e sedicenti tali, e di giovani operai e tecnici specializzati, istruiti a spese dello stato ad est, che venivano attirati con promesse e lusinghe verso occidente, sono il motivo principale per il quale fu presa la dolorosissima decisione di erigere il "muro". Con esso la situazione si stabilizzò e fino agli inizi degli anni ottanta le condizioni materiali della popolazione migliorarono, soprattutto per quanto riguarda i servizi sociali.
Ma la propaganda occidentale, che non si limitava solamente a giuste critiche, in alcuni casi soleva inventare, a volte cose assurde. Quando da parte di simpatizzanti della DDR occidentali si fece notare che ad est la mortalità infantile era in percentuale la metà di quella occidentale, si rispose dicendo che pur essendo vero, questo obiettivo veniva raggiunto obbligando le donne a sottoporsi ad esami ed eventuali cure prenatali, e questo era contrario ai principi di libertà. Quello che non dicevano era che ad est l'occupazione femminile era assai più alta e che le tutele delle lavoratrici ben più estese.
Prima dell'89, parlando di agricoltura, si pronosticava l'immediata scomparsa delle cooperative agricole, che sarebbero state tutte costituite con la forza, togliendo la terra ai contadini. Questa era la versione diffusa dai latifondisti del nord della DDR fuggiti ad ovest a guerra finita, i cosiddetti Junker, dalle cui fila venivano un gran numero di ufficiali e non pochi convintissimi sostenitori del nazismo. A loro si che le terre furono confiscate nel'46, ma per essere distribuite ai contadini i quali sulla base di accordi alleati erano stati cacciati dagli ex territori tedeschi ad est dei fiumi Odra e Neisse. Nella parte meridionale della Repubblica Democratica prevaleva da tempo una proprietà contadina piccola e media e sia qui, tra i contadini da generazioni legati al proprio podere, sia tra quelli affluiti dopo la guerra, nel corso degli anni cinquanta, nel quadro di un complicato processo politico, furono formate le cooperative agricole, che avevano come obiettivo la ricomposizione fondiaria, il miglioramento tecnico-produttivo ed un innalzamento culturale e materiale degli impiegati in agricoltura.
Tra le tante cose va detto che i singoli contadini non persero il titolo di proprietà sui fondi conferiti, ed in teoria dopo la scomparsa della DDR si sarebbero potuti rimettere in proprio. Ma solo pochi lo hanno fatto, e le cooperative, pur modificando chi più chi meno la forma giuridica, adattandosi alle condizioni di mercato completamente cambiate, esistono e producono ancora oggi, alcune con successo.
Della vecchia DDR restano spesso gusti ed abitudini, che da parte di persone, che continuano ad odiare la DDR anche se non esiste più, vengono riuniti sotto il termine dispregiativo di "ostalgia". Se per 40 anni ad est hanno bevuto vini ungheresi, rumeni, bulgari e georgiani, o se per lo stesso periodo hanno avuto tutto il tempo di abituarsi a ricette russe, non è certo colpa loro se non mangiano le stesse cose degli occidentali.
Alcune cose addirittura dopo l'unificazione hanno vissuto una specie di seconda primavera, come il famoso "ampelmännchen", l'uomino rosso che sta fermo e l'uomino verde che cammina dei semafori. Dopo venti anni non solo si è imposto a Berlino ovest, ma è già apparso in diverse città occidentali.
Un tema che viene ripetutamente ridibattuto e rimasticato è quello della STASI, la polizia politica ed il suo complesso apparato di funzionari ed informatori. Dato che gran parte degli archivi si sono conservati, nonostante alcuni tentativi, solo in parte riusciti, di distruzione della documentazione, abbiamo interminabili elenchi di persone contattate, interrogate, coinvolte a vari livelli ed ancora chilometri di relazioni, rapporti, verbali di pedinamento, informative, intercettazioni telefoniche e corrispondenza verificata, come se ne trova abbastanza anche nel resto del mondo, che molto spesso viene usata "politicamente". Se ad esempio un parlamentare, ex cittadino della DDR, pesta qualche callo sbagliato, prima o poi salta fuori il fascicolo della STASI, fatto che a volte basta per discreditarlo. Cosa vi sia poi veramente scritto, interessa relativamente.
La critica occidentale punta il dito sul fatto che lo stato orientale sorvegliasse i propri cittadini. Certo, magari a volte esageravano pure un poco, ma la Repubblica federale non solo teneva e tiene sotto osservazione, come tutti gli stati al mondo, i propri cittadini, ma per una quarantina di anni ha aperto fascicoli su circa 42.000 cittadini della DDR, cioè di un altro stato, col fine di processarli ad unificazione avvenuta; un fatto che contrasta con gli elementi basilari del diritto internazionale, ma nessuno si scalda per una cosa del genere.
Tutta questa storia dei servizi di sicurezza presto finirà, e resteranno milioni di bei rapportini scritti da informatori che in questo modo arrotondavano lo stipendio ed i quali a volte se non avevano niente da scrivere sul vicino, sul collega o sul parente, inventavano, creando una specie di genere letterario che prima o poi qualche critico scoprirà.
Sempre a proposito dei servizi poco tempo fa qualcuno gridò allo scandalo, perché tra gli addetti alla sicurezza della cancelliera Angela Merkel si trovano alcuni ex agenti della STASI. La notizia non è mai stata smentita, ma messa subito nel dimenticatoio. Del resto, ha osservato qualcuno con ghigno ironico, per la propria sicurezza la Merkel vuole gente di cui si possa fidare, alludendo alle voci secondo le quali lei stessa abbia un passato di agente legato alla polizia politica.
A venti anni dal naufragio, per alcuni l'affondamento, della DDR, di questo stato, nel quale hanno pure vissuto la loro vita degli esseri umani reali, si sa poco e col passare degli anni si saprà sempre meno. Pochissimi ad esempio sanno che nella DDR nel 1951 (piena epoca staliniana!) fu fondato a Lipsia il St. Benno-Verlag, una casa editrice cattolica, la quale non solo in quella che la propaganda più rozza definiva sbrigativamente "Germania comunista", ma negli altri paesi "oltre la cortina di ferro" svolse un importante ruolo tra i cattolici, non politico, ma di fede e teologia, distribuendo le proprie pubblicazioni anche in Germania occidentale. Esiste ancora oggi e non ha nessuna intenzione di smettere.

La storia della DDR, con le sue ombre e le sue luci resta da scrivere, ma forse ci vuole ancora del tempo prima che che sia possibile con la giusta pacatezza ed obiettività.

luna-park abbandonato
di Berlino est